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 ARNALDO POMODORO
 

La “Sfera di San Leo” è molto diversa dalle mie sfere precedenti. Dopo tanti interventi su questa forma non mi restava che ritornare all’inizio: pensando al Medioevo – la rocca di San Leo risale a quell’epoca – ho segnato la superficie della sfera con frecce, denti, tiranti, come memoria di un antico ordigno bellico. 
Non c’è più il contrasto tra la superficie splendente e liscia e il suo interno divorato da impronte e segni. Sembra che l’erosione abbia raggiunto anche l’esterno, con una presenza minacciosa ma dinamica, perché all’interno c’è un’altra sfera più piccola, polita e intatta, che tenta di emergere “comunicando all’insieme – come dice Jacqueline Risset – un’idea di nascita e di rinnovamento che sembra contraddire la catastrofe.”
L’esemplare in bronzo dell’opera, nel 2004, è stato installato definitivamente a Milano Santa Giulia, il nuovo quartiere progettato da Norman Foster su commissione di Luigi Zunino, nell’ ex area industriale di Montecity-Rogoredo.
                                                                                                                                      Arnaldo Pomodoro

 

La “Sfera di San Leo” di Arnaldo Pomodoro campeggiante con i suoi 5 metri e mezzo di diametro all’esterno dell’aeroporto di Bari, dedicato a Papa Wojtyla, dichiara il ripensamento avviato negli anni Novanta sulle figure perfette della geometria, il cerchio e la sfera, su cui si è attestata parte consistente della poetica del celebre artista.
Ad esse si legano molti dei suoi successi anche nelle grandi committenze pubbliche, a partire dalla “Sfera Grande” – tre metri e mezzo di diametro – in bronzo, realizzata per l’Expo universale di Montreal nel 1967. La sfera attuale, concepita per la mostra del 1997 nella poderosa rocca del Montefeltro disegnata da Francesco di Giorgio Martini e in cui languì prigioniero Cagliostro, presenta diversi motivi di novità. E’ avvolta e scandita da robuste fasce e tiranti, come una gigantesca, devastante palla da antichi assedi. 
La brulicante germinazione dei segni che scavava l’interno dei volumi attacca anche l’involucro, ne fa una pelle butterata o una crosta di pianeta sconvolta dall’attacco di frecce e denti, come quelli degli Scettri. Esplode una energia che squarcia la pancia gravida sino a partorire un globo minore che pretende vita, con drammatica mostruosità. Più fantasie del passato e del futuro – una specie di Medioevo prossimo venturo – si concretizzano in questa opera di potente suggestione.
La versione in fiberglass esposta a Bari ne accentua la propensione ad un apparato allucinatorio, da fantatecnologia cosmica.
                                                                                                                                       Pietro Marino








L’idea di una torre in forma di spirale crescente e avvolgente, sempre più sottile, con senso insieme di uguaglianza ed elevamento risale a un progetto del 1985 per una scultura da collocare a Parigi nel parco di Saint- Cloud. Si trattava di una invenzione nuova che ho poi elaborato in diverse versioni e ripreso nella grande opera “Novecento”, commissionatami dal Comune di Roma nella ricorrenza del Giubileo per celebrare il passaggio del millennio, ed installata in piazzale Pier Luigi Nervi nel 2004.
La scultura vuole esprimere il movimento, il “divenire” costante e la dinamica di attraversamento dello spazio che oggi è della nostra civiltà. Lo sviluppo girevole “a tornanti” permette di immaginare una salita e la serie di rilievi astratti immessa tutt’ intorno, con frecce, incavi, buchi e torsioni, dà un forte valore immaginario e simbolico: è un “monumento al Novecento”, il secolo dell’invenzione ed elaborazione delle idee, ed anche il secolo che con le sue contraddizioni e le sue tragedie ha messo in crisi il concetto di storia come sviluppo progressivo, come “continuum” nella prospettiva del suo stesso compimento.
                                                                                                                                        Arnaldo Pomodoro

 

La “Torre a spirale” in bronzo che si erge sino all’altezza di 5 metri nell’Aeroporto del Salento rappresenta la prima realizzazione effettiva (1985-94) di una figura di geometria
solida nuova nella lunga esperienza di Arnaldo Pomodoro: il cono, dopo le sfere, i cilindri, i dischi che lo hanno reso famoso sin dagli anni Sessanta. Non è un volume pieno: risulta dall’avvolgimento progressivo verso l’alto di un nastro metallico che si va restringendo, in modo da accentuare l’idea di cuneo, ancora una volta puntato verso il
cielo. Nastro sul quale si posano, s’incidono, s’incrostano, o ancora spuntano da qualche margine di slabbratura, segni di misteriosa valenza simbolica, fra il meccanico e l’organico, la tecnologia e la natura. Quasi allegorie indecifrabili di una storia che si è svolta nel tempo. 
Come la strip narrativa che esalta in bassorilievo, tutt’attorno la Colonna Traiana, l’impresa vittoriosa di Roma contro i Daci. Ma l’avventura che Arnaldo Pomodoro vuole evocare è quella di un secolo, il Novecento, in cui i codici di secolare tradizione, le persistenze di civiltà radicate nel profondo della storia, si sono scontrati con una rivoluzione senza pari dei linguaggi e dei comportamenti. 
Lo slancio progressista verso il futuro che ha connotato le avanguardie moderniste, è stata messa in crisi da troppe disillusioni, da troppi drammi. E’ questa la vicenda a cui lo scultore allude, con disincanto post-moderno, come suggerisce la forma sottilmente ironica, del cono rovesciato.
Comunque ben adeguata alla idea di percorsi che si svolgono nel cielo. Una nuova dimensione del viaggio, metafora da sempre cara all’artista che inventò negli anni
Sessanta le “colonne del viaggiatore”, come omaggio alla “colonna senza fine” di Brancusi. E in costanza di dialogo con la città che innalza sul suo porto aperto all’Oriente la colonna terminale della via Appia.
                                                                                                                                           Pietro Marino

 
 
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